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Testimonianza della sorella Gina

Testimonianza della sorella Gina

 

   Cari fratelli e sorelle, questa testimonianza mi è più facile scriverla, perché parlarne, mi crea tanta sofferenza.

   Sono friulana di origine. A ventitré anni sono emigrata in Svizzera, dove ho conosciuto mio marito originario della Sicilia. Ci siamo sposati e abbiamo avuto un figlio, in pratica una famiglia normale. All’età di quindici anni circa il ragazzo ha iniziato ad assumere droghe leggere. La situazione si è trascinata per quattro anni con continue promesse, puntualmente smentite, che avrebbe smesso quando voleva. Purtroppo non è stato così e tutto ciò che era riuscito a ottenere, era il diploma di meccanico. Anche se con molta sofferenza, fino a quel momento siamo riusciti a gestire la situazione.

   In quegli anni, mio marito ha subito ben tre interventi di ernia al disco e uno per un’ulcera allo stomaco. Dopo il diploma, mio figlio, iniziò a lavorare, ma dopo un anno circa, cominciò ad assumere droghe pesanti. Noi genitori eravamo impotenti, non riuscivamo a gestire la situazione, eravamo soli col nostro dramma. Fu in quel periodo che iniziai a frequentare una Chiesa Evangelica. Molti ragazzi, fra cui anche amici di mio figlio, entrando in quella comunità, avevano conosciuto il Signore che li aveva salvati dalla droga.

   La reazione di mio marito e di mio figlio fu, oltremodo, negativa: ogni domenica, dopo il culto, volavano insulti quando rientravo. Avevo cominciato a frequentare una cellula di preghiera da cui ricevevo un grande aiuto ma, a casa, la situazione peggiorava. Con forza abbiamo cercato di convincere il ragazzo a entrare in una comunità di recupero ma senza risultato, infatti, le sue permanenze in tali siti erano, sempre, molto brevi.

   Un giorno, egli stesso ci chiese di andare in Italia. La cosa fu possibile perché nel frattempo mio marito aveva ricevuto la pensione d’invalidità. Loro due partirono in settembre ed io li raggiunsi per le feste Natalizie. Mi resi immediatamente conto che, nonostante tutti i buoni propositi, nulla era cambiato, mio figlio aveva trovato il modo di procurarsi la droga anche qui. Ritornammo in Svizzera. Passarono altri mesi ma mio figlio era, per la maggior parte del tempo, fuori di casa senza che noi sapessimo dove e in quali condizioni fosse. Un giorno, però, bussò alla porta per chiedere nuovamente aiuto. Partirono per l’Italia; il ragazzo era in pessime condizioni, per di più si era anche contagiato con l’epatite C. Iniziò una cura a pagamento. Un dottore “disonesto” ci aveva fatto credere che i farmaci non erano mutuabili, così, ci ha sfilato parecchi milioni senza nessun esito.    Mio figlio, dalla droga passò all’alcol, cosa ancor più dannosa per il suo fegato già compromesso.                             Nel frattempo, di sua spontanea volontà, partì per il servizio militare, finito il quale, si mise a lavorare, ma cambiò diverse aziende perché anche in quello era un irresponsabile. Contemporaneamente conseguì la patente e comprò una macchina. Cominciarono i sinistri e le multe. Dopo aver distrutto sette macchine, ebbe un gravissimo incidente con diverse fratture fra cui quella del femore che lo costrinsero a letto per due mesi. Si rimise in piedi ma per quanto riguarda l’alcol, la situazione non era cambiata. Nel frattempo aveva conosciuto una ragazza: si volevano bene e progettavano il matrimonio.

   Le disgrazie, però, non erano finite! Mio marito si ammalò di tumore e fu operato all’intestino. Dopo otto mesi di chemioterapia il Signore lo guarì e ora procede con i soliti controlli di rutine. Mio figlio si sposò ma il matrimonio durò solo un anno e mezzo. Ritornò nuovamente a casa e ricominciò con la droga. A causa del ritiro della patente, cominciò a frequentare obbligatoriamente il Sert di Udine, e ogni mattina andava a prendere il metadone. Era seguito anche da uno psicologo ma le cose andavano sempre peggio; a casa si ritirava quando voleva e sul lavoro rendeva poco. Dopo l’ultimo incidente, per la prima volta entrambi di comune accordo, lo cacciammo da casa e lo mandammo a Udine, dove avevano un appartamento.

   Passarono altri mesi senza contatti, anche se il dottore che lo seguiva, ci teneva aggiornati. Un giorno il medico ci chiamò per dirci che il ragazzo aveva deciso di entrare in un centro per curarsi. Mio marito lo accompagnò: era un centro evangelico. Mio figlio, dopo pochi mesi, accettò il Signore e si battezzò. Da quel giorno sono passati sei anni e mezzo e, finalmente, dopo tanta sofferenza, oggi è felice perché nel suo cuore è entrato Gesù. Adesso lui aiuta altri ragazzi che si trovano nelle stesse condizioni in cui versava lui, prima.

   Per quanto riguarda il mio percorso, prima di venire in Italia, ho accettato il Signore nel mio cuore e mi sono battezzata in acqua nel 1995. In Italia, però, i primi anni non ho potuto frequentare alcuna chiesa. Tempo fa ho conosciuto una sorella della comunità di Colugna e ora frequento regolarmente il culto domenicale e un gruppo di preghiera durante la settimana.

   Il Signore ha fatto cose grandi nella nostra vita! Dopo tanti anni di sofferenza ci ha ricompensati donandoci tanta gioia e la certezza che un giorno saremo con lui per sempre, assieme ai miei fratelli e sorelle che sono in Cristo.

   Il Signore vi benedica.