Vocabolario della spiritualità ebraica

Ahavàh

Ahavàh significa “amore”. Nel contesto religioso si riferisce a diversi tipi di amore. Al primo posto è l'amore di Dio per la Creazione e per OGNI SINGOLA creatura. Poiché la Creazione è un procedimento che va avanti in eterno e non soltanto l'evento di un solo attimo, il flusso costante dell'amore divino verso ogni creatura costituisce l'essenza stessa della vita. Il Dio Unico cerca e sceglie di manifestarsi in un'infinita varietà di forme; pertanto l'esistenza di ogni essere indica che esso è deciso, scelto, amato dal Dio che è la Sorgente di ogni cosa.

Ahavàh indica anche lo speciale amore reciproco tra Dio e l'anima di ogni essere umano. Noi siamo creati “a immagine di Dio” (tzélem Elohìm): in quanto esseri dotati di anima, ciascuno di noi ha in sé la capacita di conoscere Dio, prendendo coscienza della nostra anima o neshamàh.

L'anima desidera ardentemente riflettere la pienezza della radiosità divina, far sì che la luce divina illumini il mondo intorno ad essa. Questa è la sua amorosa risposta all'amore divino che le dà la vita. L'amore speciale di Dio per il popolo ebraico, i discendenti di Abramo, si colloca all'interno di un contesto costituito dal nostro patto, con Dio. Poiché al Sinai, il popolo d'Israele si impegnò a prestare servizio come sacerdoti, a portare l'amore di Dio a tutti coloro che lo cercano, Israele vede sé stesso come amato in modo particolare da Dio. Quell'amore è, da un lato, assoluto (perché Dio amava così tanto Abramo che anche i suoi discendenti saranno amati per sempre) e, dall'altro, totalmente soggetto a condizioni, dipendente dal loro operato in quanto latori del messaggio d'amore divino al mondo.

(Quanto più i cristiani dovrebbero sentirsi amati in modo particolare avendo riconosciuto in Gesù il Messia, e anch'essi inclusi in un servizio sacerdotale da porgere a tutti coloro che cercano il Signore con cuore sincero)

Dal punto di vista umano, ahavàh si riferisce ad ahavàt ha-Shem, il nostro amore per Dio, che è sia ordinato che affermato. Viene ordinato di manifestare l'amore per TUTTE le creature. Poiché Dio non ha bisogno del nostro amore, ciò che possiamo fare “per” Dio inizia con l'amore per gli altri.

Come ebrei e cristiani abbiamo anche l'obbligo di manifestare l'ahavàt yisraèl, un amore particolare per i nostri fratelli ebrei, a noi legati sia per eredità spirituale che per destino umano, un amore che trascende tutte le differenze di ideologia o di tendenza religiosa. L'ahavàt Toràh, l'amore per il sapere e l'interesse profondo per la saggezza della tradizione, è anch'essa un carattere distintivo dell'amore nella vita spirituale.

© Arthur Green

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Cheder (lett. “camera”):

Si tratta del locale o della scuola primaria in cui una volta venivano insegnati l’ebraico e i rudimenti della religione. I bambini ebrei cominciavano lo studio della Torà dall’età di tre anni. Quello che si imprime (inculcare) nel cuore in tenera età equivale a un tesoro nascosto nel terreno.

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Dérekh éretz

Dérekh éretz, il cui significato letterale è “la via del mondo”, è un'espressione ricca di valori e di concetti usati in una molteplicità di contesti.

In quello che potrebbe essere il suo livello di interpretazione più superficiale, dérekh éretz si riferisce alle buone maniere, al modo “corretto” di comportarsi. L'espressione sembra intendere che queste cose devono essere considerate come scontate da chiunque e che non è necessario che siano specificamente fissate dalla Toràh. Collegato a questo significato è quello di dérekh éretz inteso come il giusto rispetto dovuto a coloro che generalmente lo meritano - i genitori, gli insegnanti, gli anziani, i sapienti e le autorità. Quando il Talmùd dice che “dérekh éretz viene prima della Toràh” significa, in parte, che queste norme di rispetto sono tenute in considerazione anche dai non-ebrei, e sono alla base di tutta la civiltà umana. Ma dérekh éretz ha anche un significato di natura sessuale; “la via del mondo” è l'appagamento dei propri istinti naturali. Anche questo ha preceduto la Toràh; infatti alcune leggi della Toràh sono considerate come una risposta a questo aspetto di dérekh éretz, un controllo del comportamento istintuale. Noi abbiamo in comune con il regno animale il desiderio sessuale e il processo riproduttivo, ma il nostro compito è di porli nel contesto della relazione d'amore tra due individui e della santità (qedushàh).

Forse il significato più antico di dérekh éretz lo collega alla morte, “la via comune a tutti gli uomini” (Gios. 23:14).

La saggezza popolare o “il comportamento” di dérekh éretz è, allora, quello che apprendiamo dalla lezione fondamentale della mortalità: la condotta di una persona che sa che deve morire. Tutti questi significati sono, talvolta, considerati come collegati tra loro in modo sottile ed interessante.

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Emunàh

Emunàh o “fede” è in relazione con la parola ebraica “Amèn”. Quella risposta biblica alle espressioni di benedizione è una dichiarazione di sostegno, che forse viene meglio tradotta come “Sia forte!” o “Confermo!”. Emunàh nella Bibbia ha pertanto il senso della conferma e della fiducia, un impegno di tutta la persona nei confronti della verità come essa viene detta, vista o testimoniata. “Israele vide la mano possente che Y-H-V-H aveva usato in Egitto. Il popolo divenne devoto a Y-H-V-H ed ebbe fiducia in Y-H-V-H e nel Suo servo Mosè” (Es. 14:31).

Si potrebbe tentare di tradurre le-haamìn, la forma verbale di emunàh, con “credere”, ma “credere” è un termine troppo intellettuale. Credere può significare prestar fede ad uno specifico gruppo di asserzioni. Nell'ebraico della filosofia, di epoca più tarda, la parola è usata proprio in questa accezione. Ma per la Bibbia e per i primi rabbini emunàh connota l'accettazione con tutta la propria anima, la totale adesione fino al martirio. Questo è molto più di quanto faremmo per la pura e semplice “fede” in un'idea, in particolare un'idea che non è provata.

La gamma dei significati trasmessi da emunàh e da le-haamin in ebraico va da un estremo all'altro, dalla fede intellettuale alla totale fiducia e devozione. È forse per questo motivo che le dichiarazioni solenni dei tredici articoli di fede del grande filosofo Mosè Maimonide (1135-1205) iniziano ciascuna asserzione con questa formula:

“Io credo con fede totale...”. Credere negli articoli di fede non sarebbe stato sufficiente senza emunàh shlemàh, una fede che ci trasporta ben al di là del semplice “credere”, nella dimensione della certezza più completa.

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Hitbodedùt

Questa parola letteralmente significa “auto-isolamento” o separarsi dalla compagnia degli altri. Storicamente è giunta a indicare l'isolarsi per potere essere soli con Dio.

La pratica dell'hitbodedùt viene descritta per la prima volta in ebraico da Rabbi Bahya ibn Paquda, un filosofo e mistico dell'undicesimo secolo. Egli viveva in una società in cui la pratica del sufismo, che includeva la meditazione, era popolare tra la maggioranza mussulmana. La sua visione dell'ebraismo riflette il suo grande timore reverenziale nei confronti di questa pratica, che egli raccomanda entusiasticamente ai suoi lettori.

Se l'uso di questo termine è posteriore, la pratica della preghiera solitaria e della presenza silenziosa davanti a Dio ha origini bibliche. Se ne trova ampia traccia nei Salmi, nei racconti delle peregrinazioni di Abramo nel deserto e dei quaranta giorni passati da Mosè e da Elia sull'Horeb, la montagna il cui nome significa “luogo desolato”. Geremia ed anche altri profeti sentirono la chiamata ad una vita solitaria di consacrazione per andare alla ricerca della parola di Dio. Questa pratica biblica venne portata avanti da gruppi di ebrei in epoca posteriore, in particolare da comunità come quella di Qumran, la comunità dei “Rotoli del Mar Morto”, dove coesistevano la ricerca individuale di Dio e la vita comunitaria.

Le diverse pratiche dell'hitbodedùt sono variate nei secoli. I seguaci di Rabbi Abraham Abulafia, dal tredicesimo secolo in poi, praticavano tecniche di visualizzazione attraverso la meditazione che svilupparono con grande abilità. Per loro l'hitbodedùt venne a significare la “concentrazione” sulle immagini formatesi davanti all'occhio interiore. Alcuni maestri chassidici continuarono su questo sentiero, in particolare la tecnica di visualizzazione delle lettere della preghiera.

Altri vedono l'hitbodedùt come un tempo dedicato alla preghiera privata, non necessariamente silenziosa. I seguaci di Rabbi Nachman di Breslav (1772-1810) in effetti insistono sulla recita a voce alta della preghiera. Con la pratica regolare e costante dell'hitbodedùt essi cercano di pregare per un'ora ogni giorno, riversando la preghiera personale e spontanea in qualunque lingua il cuore conosca meglio.

Lo scopo di questa preghiera, essi dicono, è di spezzare il cuore, perché soltanto nella totale consapevolezza che il nostro cuore è spezzato possiamo veramente arrivare alla presenza di Dio. (Le comunità pentecostali dovrebbero conoscere bene cosa vuol dire pregare con il cuore spezzato)

La meditazione è ritornata di moda ai nostri giorni come parte della vita spirituale ebraica. Le antiche tecniche sono state semplificate ed aggiornate. Alcuni metodi di concentrazione e di attenzione sono stati introdotti nell'ebraismo da coloro che li hanno appresi altrove. Tutto ciò ha un effetto benefico, come parte di uno sforzo della nostra generazione di rendere l'ebraismo che tramandiamo ai posteri più ricco, sotto questo aspetto, di quanto sia mai stato.

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Hod” in “Hod – “Splendore” nello “Splendore”

“Hod” significa umiltà, ringraziamento e splendore, perciò nell’intercludere Hod in Hod abbiamo l’opportunità di sviluppare la pura essenza.

Oggi occorre ritrovare la VERA umiltà: la forza di essere grati verso Dio, per tutto ciò che ci ha donato, senza paura di sembrare deboli o di preoccuparci dell’opinione degli altri. “La forza di abbassare la testa quando passa un’onda” (gal-onda ha le stesse lettere di lag-33) “è la virtù dei forti, non una debolezza”.

Soprattutto, con Hod in Hod abbiamo l’opportunità di far “SPLENDERE LA NOSTRA ANIMA”. Ciò è profondamente legato al concetto di umiltà: l’essere umano, se annulla il proprio IO, può fare risplendere la luce di Hashem (Y-H-V-H) e quindi illuminare il mondo e le persone attorno a sé.

L’impurità non è stata ancora completamente estirpata dal mondo. Questo sarà il compito del Mashiach (Messia): rivelare l’essenza dell’oscurità, fino a che “il buio stesso illuminerà”; far raggiungere il più alto livello di Hod in Hod, grazie alla preghiera e alla fede in Hashem; far annullare il proprio io creando un vuoto interiore, al fine di diventare un tramite della volontà di Divina (essenza dell’umiltà).

Riflessione”: abbiamo paura di essere umili o ci sentiamo deboli quando lo siamo? Il nostro benessere rischia di farci dimenticare di riconoscere che tutto è grazia di Dio?

Esercizio”: il successo nel lavoro e l'avere una bella famiglia ci rende soddisfatti, tuttavia, quando preghiamo o durante le piccole o grandi cose della vita quotidiana, ricordiamoci di rivolgere un pensiero di ringraziamento ad Hashem, per tutto quello che ci dona. Nulla ci è dovuto, anche se pensiamo di meritarcelo. Tutto dipende sempre dalla volontà e dalla “GRAZIA” dell’ONNIPOTENTE.

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Dizionario della vita spirituale ebraica.

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HOD in MALKHÙT UMILTÀ nella REGALITÀ

Malkhùt ci dona la capacità di comunicare, organizzare e comandare. Tutte doti che si devono coniugare al rispetto della dignità propria e altrui.  Hod è principalmente l’attributo dell’umiltà. Una persona ha la forza di mettere da parte la propria personalità per il bene di un fine superiore. (?)

Intercludere Hod in Malkhùt significa rimanere umili nell’esercizio della nostra sovranità (regalità).  L’umiltà è fondamentale per equilibrare il sentimento di Malkhùt che può facilmente trascendere e sfociare nell’arroganza. Con Hod possiamo acquisire la consapevolezza che la nostra nobiltà è solo un dono che ci viene dato.  Un altro aspetto della regalità di Malkhùt è la capacità di organizzare e colloquiare con altre persone. In questo caso Hod compensa una tendenza eccessiva alla supremazia. Chi ha TROPPO AUTOSTIMA rischia di non ascoltare i consigli saggi.

Una storia chassidica può aiutarci a capire meglio: il Baal Shem Tov (Besht - fondatore della Chassidùt) a 17 anni, quando nessuno ancora lo conosceva, era solito girare per i villaggi, dove cercava la gente povera e semplice, che tanto amava, per interessarsi dei loro problemi e rafforzare la loro fede. Un giorno, in un villaggio, rimase sorpreso nel notare come i campi fossero vuoti e persino le strade erano deserte. Una città fantasma! Allora si diresse alla sinagoga e vide che tutti i paesani erano lì raccolti. Scorse sul podio un oratore che, pieno di disprezzo, parlava al pubblico dicendo come i LORO peccati e la loro ignoranza erano la causa della grave siccità che aveva colpito il paese. Gli abitanti ascoltavano spaventati, tristi e pieni di vergogna. Vedendo tutto ciò, interruppe l’oratore dicendo “Cari, sappiate che Dio vi ama. Tristezza e pessimismo sono per Dio solo un trabocchetto per farVi cadere nel peccato. Chiedete quindi a Dio di mandare la pioggia, ma fatelo con gioia…!”.

L’oratore, nella sua superbia e arroganza, non abituato a essere interrotto, era rimasto senza parole. Tutta la popolazione ora aveva ritrovato la speranza. Allora il Besht propose di uscire tutti insieme a pregare con una gioiosa danza a “Chi fa soffiare il vento e manda la pioggia”. Mentre tutti ballavano allegramente in cerchio e con rinnovata fiducia in Dio, si accorsero, a un tratto, che ciò che li bagnava non era più solo il loro sudore…! E dopo qualche istante, le poche gocce, si trasformarono in una pioggia scrosciante!

La “grande guida” (malkhùt) si comportò con disprezzo imputando la colpa SOLO sulla comunità. Invece il Besht, annullando sé stesso (hod), vide la purezza dentro i “cuori” dei poveri paesani e riuscì a governare la situazione con umile fiducia in Hashem e grande nobiltà (hod in malkhùt). Riflessione:

la mia nobiltà (dignità) mi rende arrogante o comprendo che questa è un dono che mi è stato fatto?

Esercizio:

dirigendo un gruppo si corre il rischio di essere concentrati solo su sé stessi e sulle proprie qualità. Tuttavia, occorre avere l’umiltà di comprendere che si può imparare da ogni persona. Cerchiamo di essere umili (hod) nella guida di un gruppo (malkhùt). Solo così possiamo apprezzare le qualità di tutti. Come è scritto nel Salmo 119: “ho imparato da tutti…” e nello stesso tempo essere consapevoli delle nostre capacità (malkhùt). Amen!

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Immahòt

Le quattro matriarche (immahòt) del popolo ebraico sono Sara, Rebecca, Lea e Rachele. A lungo trascurate dal linguaggio religioso dell'ebraismo, orientato in maniera predominante in senso maschilista, le immahòt sono state rivendicate come modelli di ruolo e figure simboliche dalle nuove generazioni di donne ebree. Una grande varietà di qualità è stata loro attribuita, attraverso letture attente e re-interpretazioni dei racconti biblici in cui esse hanno un posto preminente. L'attaccamento alle immahòt non è, tuttavia, cosa totalmente nuova. Ci sono spesso riferimenti alle quattro matriarche nella letteratura ebraica femminile come la Tzena Urena, una parafrasi yiddish della Bibbia, popolare nell'Europa orientale, e le techinnòt. La tomba di Rachele a Betlemme (Gen. 35:19; le altre tre immahòt sono sepolte nella Grotta di Machpelàh, a Hebron, insieme ai loro mariti) è un luogo di devozione speciale per le donne. Esse vanno spesso a pregare là, nel caso di problemi di fertilità, identificandosi con la Madre Rachele, il cui grembo fu serrato nei primi anni del suo matrimonio. Questi pellegrinaggi costituiscono una parte importante della cultura religiosa femminile in alcune comunità sefardite.

La recente indagine femminista ha cercato di aggiungere altre importanti figure femminili, di antica memoria ebraica, alla lista delle immahòt. Vengono immediatamente alla mente figure bibliche come Miriam, Debora, Rut ed Ester. Alcuni circoli stanno anche tentando di “riabilitare” il ricordo di donne che la Scrittura sembra trattare ingiustamente, perché i racconti che le riguardano furono scritti da un punto di vista maschile. Eva, Hagàr e Vashtì sono tra queste figure.

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Kavannàh

Kavvanàh letteralmente significa “direzione”. Nell'ebraismo si collega a kavvanàt ha-lev, “indirizzare il cuore” verso Dio: pregando, studiando, eseguendo le mitzvòt (*) in modo tale da essere intimamente rivolti verso la presenza di Dio, offrendo le nostre parole o le nostre azioni come offerte sopra un altare interiore.

Il Talmùd mette in discussione in vari passi il problema se le mitzvòt/ richiedano la kavvanàh. Queste discussioni sembrano considerare la kavvanàh come un impegno in un senso più preciso. Avevamo intenzione, quando leggevamo il rotolo di Ester, di adempiere agli obblighi di Purim?

Il prigioniero affamato, inconsapevole della data, ha adempiuto all'obbligo di digiunare per Yom Kippùr soltanto perché in quel giorno non ha ricevuto cibo?

In generale i rabbini dissuadono dal richiedere la kavvanàh, dal momento che è assai difficile dimostrarla o valutarla. È più sicuro giudicare le azioni piuttosto che sostenere di conoscere il cuore di chi le ha compiute. Quando si tratta della preghiera, tuttavia, la kavvanàh è sicuramente richiesta, perché essa è l'essenza stessa dell'atto della preghiera. Senza di essa non vi è che il vacuo recitare parole.

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Mashìach

 

La parola mashìach, o messia, significa, letteralmente, “unto”. Essa è usata nella Bibbia con riferimento sia ai sacerdoti che ai re che venivano unti.

Sin dall'epoca del Secondo Tempio (le profezie più tarde del Libro d'Isaia, 400 a.e.v. circa [avanti era volgare secondo il calendario gregoriano usata nelle culture non cristiane che data la nascita di Cristo circa sette anni prima]), essa riguarda un redentore designato, un discendente della casa reale di David, che si presenterà alla fine dei tempi per liberare Israele dall'esilio e regnare sopra un regno divino, sulla terra, che avrà il suo centro in Gerusalemme e comprenderà i giusti di tutte le nazioni.

Nelle antiche fonti ebraiche si conservano molte versioni di questa credenza popolare e ampiamente diffusa. Alcuni vedevano il messia in termini realistici, ovvero come un sovrano giusto e potente che avrebbe posto fine a ogni oppressione. Altri lo rappresentavano come una figura dal carattere più sovrumano, che avrebbe vinto i suoi nemici con la sola spada di Dio, e nella cui epoca la natura stessa si sarebbe trasformata per donare una vita di pienezza senza fine ai viventi. I morti sarebbero risuscitati per vivere di nuovo sulla terra. Secondo alcune fonti, il messia è, in realtà, esistito sin dall'inizio del tempo e attende soltanto la parola di Dio sul quando gli sarà permesso di rivelarsi (l'idea di un messia che non sia una “persona” non è stata presa in considerazione fino a tempi molto recenti!).

I movimenti messianici sono esistiti nell'ebraismo durante tutta la sua storia.

Il cristianesimo può, in una certa misura, essere visto come il primo e il più fortunato di questi movimenti, e tale da avere avuto un fortissimo influsso su tutto l'ebraismo più tardo.

Per quegli ebrei che non furono convinti dalle rivendicazioni messianiche del cristianesimo, la vitalità di questa possibilità messianica non è in alcun modo diminuita. In ogni secolo della storia ebraica ci sono stati presunti messia. Il più conosciuto di questi è l'ebreo turco Shabbetai Tzevì (vissuto nel diciassettesimo secolo), le cui rivendicazioni messianiche furono sostenute da molti dei principali rabbini della sua epoca. In tempi molto recenti c'è stata una significativa esplosione messianica tra gli ebrei chassidici della setta Lubavitch, che hanno sostenuto che il loro defunto re, Rabbi Menachem M. Schneersohn, è il messia. Come tutte le pretese messianiche, questa ha portato a grandi conflitti all'interno della comunità ebraica.

Forse l'aspetto più interessante del messianismo ebraico è la sua secolarizzazione. È stato spesso affermato che gli ebrei moderni, che hanno perso molta della loro fede in Dio, non hanno altrettanto facilmente perso la loro fede nella redenzione messianica.
I vari movimenti per il progresso sociale che hanno attratto così tanti ebrei, compresi il socialismo e il comunismo, possono essere considerati come forme di messianismo secolare. La cosa è altrettanto vera per il sionismo. Considerati come anti-messianici dagli ultra-ortodossi, che preferiscono attendere l'unto del Signore prima di ritornare nella Terra Santa, i sionisti si misero a dare concreta realizzazione a un aspetto dell'opera del messia: la fine dell'esilio storico degli ebrei. In questo senso Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, può essere visto come il secondo esempio di grande successo tra le figure messianiche della storia ebraica malgrado nessuna, finora, abbia portato alla redenzione del mondo.

© Arthur Green, Queste sono le parole. Un dizionario della vita spirituale ebraica.

P. S.: i cristiani cioè i messianici, visto che la parola greca "cristo" equivale alla parola ebraica "messia", sembrano essersi addormentati riguardo l'attesa della speranza nel SUO ritorno.

 

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Menoràh 

La menoràh è una lampada o candelabro. La parola è usata nella Toràh con riferimento al candelabro d'oro a sette bracci (Es. 25:31-40) del tabernacolo (mishkàn). Oggi viene usata anche per indicare il candelabro a otto bracci di Chanukkàh [i sefarditi preferiscono il termine chanukkiàh]. Il simbolismo della luce è decisamente molto presente nel cuore dell'ebraismo. L'alba e il crepuscolo sono momenti di preghiera a motivo dei misteriosi cambiamenti della luce. Le candele all'inizio e al termine del tempo sacro distinguono il santo dal profano. La luce del primo giorno della Creazione, una luce che precedette il sole e la luna, è celata a noi per il futuro. È una luce che non possiamo vedere. “La luce che dimora con Lui” dice il veggente (Dan. 2:22). L'aggadàh sostiene che le finestre del Tempio erano costruite in modo da permettere che la luce divina risplendesse sul mondo, piuttosto che illuminare l'interno del Tempio. La menoràh del tabernacolo e del Tempio sembra, da questo punto di vista, superflua. Che bisogno ha un Dio, che risplende di luce e crea la luce, delle nostre misere candele o delle nostre lampade?

Questa domanda viene sollevata nel Midràsh e le si risponde con la parabola di un grande re che continua ad amare gli umili doni dei suoi servi, anche se in effetti non ne ha alcun bisogno. Il dono della luce può essere visto come il tentativo dell'uomo di dare a Dio qualcosa che si avvicini alla divinità stessa in bellezza e astrazione. La forma della menoràh deriva dalla figura di un albero che brucia o è illuminato. Ciò si collega a un'antica immagine di Dio come un albero cosmico, o alla Toràh come l'albero della vita. L'albero divino porta la luce nel mondo.

© Arthur Green

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*NETZÀKH* in *MALKHÙT *DETERMINAZIONE* nella *REGALITÀ*

*Malkhùt* è caratterizzato dalla capacità di coltivare la propria dignità e rispettare quella degli altri. Malkhùt è lo strumento che ci permette di interagire con il prossimo in tre importanti aspetti: autostima (nobiltà), organizzazione e comunicazione.  *Nètzakh* è l’attributo della perseveranza e coerenza che ci dà la forza di perpetuare e credere con continuità nei nostri ideali e combattere per essi.

Intercludere Nètzakh in Malkhùt significa dare tenacia e continuità a tutti gli aspetti della regalità.  *L’autostima non deve essere condizionata dallo stato d’animo o dalla situazione economica personale* Senza la capacità di essere continuo nella propria autostima e nelle doti comunicative non si può essere un leader efficacie (regalità). Organizzare senza continuità vuole dire costruire grandi idee senza però completarle.  La storia di Re David può essere un eccellente esempio:  

Fin dall’inizio, la sua strada per il trono fu avvincente, dura e piena di insidie. Successivamente all’episodio del gigante Goliat e dopo una serie di vittorie contro i filistei la fama di David crebbe sempre più. Questo gli portò l’odio del Re Shaul che iniziò a dargli la caccia per ucciderlo. Dopo una lunga e rocambolesca fuga, David fu costretto a rifugiarsi nel paese dei filistei, nemici giurati di Israele.

Dopo la morte di Re Shaul e di suo figlio Yonatàn, David salì a Hevron e lì fu unto Re di Giudea. Nel frattempo, l’altro figlio di Saul, Ish-Baal, era diventato re delle tribù d’Israele. Ne conseguì una guerra civile che termina con la sconfitta di Ish-Baal.

Con la fine della dinastia di Shaul, tutti gli anziani di Israele si recarono a Hevron e David, all’età di 37 anni, fu unto Re d’Israele e di Giudea. Sconfisse gli Yevusei e conquistò Gerusalemme, dove iniziò la costruzione del Santuario.  David ottenne fama eterna quando inizio a comporre l'opera dei Salmi di Davide. Questi simboleggiano una delle qualità più spiccate della regalità: la comunicazione.

David regnerà quarant’anni su Israele. Tale fu la sua grandezza che i profeti ci hanno promesso che il Mashiach sarà un discendente di David, Re d’Israele.

Tutto questo però lo si deve al fatto che, nonostante le mille difficoltà e insidie, Re David non si arrese mai (nètzakh) e continuò a esercitare pienamente la sua regalità e leadership (malkhùt). Grazie a questo, ancora oggi, la sua figura gode di gloria e fama eterna (nètzakh in malkhùt).

*Riflessione*:

sono capace di essere un leader anche di fronte alle difficoltà?

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Parasha di Bemidbar

I vessilli che contrassegnavano i vari accampamenti nel deserto avevano un profondo significato spirituale e non vanno confusi con gli attuali emblemi nazionali o gli stemmi reali conosciuti.

In realtà sono le nazioni del mondo ad aver appreso dagli ebrei il concetto delle insegne nazionali; tuttavia le loro bandiere non sono che una misera imitazione dei “degalim” che furono completamente progettati e raffigurati sulla base di direttive divine.

I figli di Israel ebbero una visione profetica dei vessilli al momento del Dono della Torà = insegnamento. Percepirono la discesa della Shekhinà (essenza della santità del Signore) sul Monte Sinay, accompagnata da ventiduemila carri di angeli che stavano vicini alla Shekhinà e che erano a loro volta circondati da un’enorme quantità di altri carri.

Gli angeli erano raggruppati intorno alla Shekhinà in quattro schieramenti che innalzavano bandiere diverse:

- a destra (sud) c’era lo schieramento dell’angelo Mikhael;

- a sinistra (nord) c’era lo schieramento dell’angelo Uriel;

- davanti (est) c’era lo schieramento dell’angelo Gavriel;

- dietro (ovest) c’era lo schieramento dell’angelo Refael.

Gli ebrei percepirono le fiammeggianti insegne celesti in varie tonalità di colore.

La vista ispiratrice delle schiere celesti fece esclamare ai figli di Israel:

“Se solo potessimo disporci sotto dei vessilli, con la Shekhinà al centro, proprio come gli angeli!”.

Perché invocarono i vessilli?

Essi desideravano sperimentare la particolare santità di allinearsi come la schiera celeste, che godeva di un elevatissimo livello di vicinanza all’Onnipotente. In seguito il Signore fece sapere a Mosè che avrebbe concesso i vessilli richiesti dal popolo di Israele.

(da “Il Midrash racconta”, Bemidbar 1, e. Mamash).

Noi cristiani quanto dovremmo desiderare di stare sotto il Vessillo dello Spirito Santo?  Siamo ancora vivendo in un tempo in cui la Sua santa dispensazione è promessa e data a tutti coloro che ne desiderano la benedizione.  Come scritto nel vangelo di Lc 11:13 «Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!»"

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Rachamim

 

“Compassione” o “misericordia” sono le abituali traduzioni di rachamìm

Si tratta dell'amore e della cura per chi si trova in stato di necessità, in particolare del tipo di amore che un genitore potrebbe avere per un figlio ribelle e, tuttavia, bisognoso di aiuto.

Rachamìm è, dal punto di vista etimologico, collegato alla parola réchem, “utero”. È pertanto corretto supporre che c’è in esso un qualche accento materno, equivalente alla compassione che una madre avrà sempre per il figlio che ha generato, ma nella liturgia ebraica, esso è anche associato alla paternità di Dio:

“Come un padre prova compassione per suo figlio, così possa Tu, o Signore, avere per noi ...”

 

© Arthur Green

Dizionario della vita spirituale ebraica.

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Sukkah

La sukkàh è una capanna o un fragile riparo costruito all'esterno, in un luogo dal quale non è impedita la vista verso l'alto, dove viene celebrata la festa autunnale di Sukkòt.

Idealmente ogni famiglia ha la sua sukkàh, che diventa la sua casa temporanea per la settimana. Tutti i pasti vi sono serviti (tranne quando piove forte); vengono invitati ospiti e ogni occasione di socializzazione ha luogo nella sukkàh. Alcune famiglie trasferiscono i letti nella sukkàh e vi dormono anche.

Si dice che la sukkàh rappresenti i ripari in cui il popolo d'Israele visse durante i quaranta anni di vagabondaggio prima di entrare nella Terra Santa. Essa rappresenta anche la capanna dell'agricoltore, eretta alle estremità del campo così che i lavoranti durante il raccolto potessero trovarvi riparo dal sole cocente. Se Sukkòt è una celebrazione gioiosa dell'abbondanza del raccolto, la sukkàh presenta, tuttavia, un certo grado di precarietà e di distacco dal mondo terreno.

“Lascia la tua casa e dimora in questa casa temporanea”, insegna il Talmùd*. Ma la piccola sukkàh ha, come sembra, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, portando così a interrogare noi stessi sulla nostra dipendenza da tutte le comodità e gli agi della nostra casa che ora noi lasciamo così prontamente. La nostra fiducia nella sukkàh come un riparo per noi è paragonata alla nostra fiducia in Dio. Apparentemente fragile, la sukkàh resiste ai forti venti, specialmente se è lasciata aperta ed è anche un simbolo di pace, un'umile casa in cui tutti sono benvenuti e dove le divisioni sembrano essere attenuate.

Costruita prima che la festa inizi, è intesa come una dimora temporanea. Deve avere almeno due pareti intere e una terza incompleta; ma può essere lasciata aperta su un lato e mezzo del suo perimetro. Il tetto deve essere fatto soltanto di materiale vegetale, di solito rami o stuoie stese sopra alcuni pali di legno. Seppur semplici nella loro struttura, molte sukkòt sono ingentilite da belle decorazioni e da tessuti appesi alle pareti che danno un senso di eleganza a questa umile dimora all'aperto.

© Arthur Green

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Taharàh è uno stato di purità rituale derivato o dall'evitare attentamente la contaminazione, o dall'osservanza dei rituali di purificazione.

Tumàh, il suo opposto, è lo stato di corruzione.

Nella Toràh le leggi, piuttosto complesse, della purità rituale sono perlopiù contenute nel Libro del Levitico, conosciuto anche come Codice Sacerdotale.

Purità e contaminazione erano, in origine, questioni riguardanti la casta sacerdotale, che stabilivano chi era adatto a prestare servizio come sacerdote, a officiare i riti nel Tempio, a partecipare ai pasti sacrificali, o a chi era permesso di entrare nei sacri recinti. Insieme alle regole specifiche relative alla purità rituale, il Levitico contiene numerosi ammonimenti a Israele a mantenersi puro, ad evitare la corruzione e a vivere come un popolo santo. Tutto ciò sembra essere stato strettamente collegato per gli antichi sacerdoti.

Nella sua forma più antica, la contaminazione rituale era causata dal contatto fisico con le sorgenti misteriose della vita e della morte. Il sangue, il seme, il parto, la pelle affetta da malattia e i cadaveri erano fonti di corruzione e contro le quali venivano presentati vari rimedi rituali. Sembrerebbe che il tabù abbia a che fare con il contatto illecito con le porte della nascita e della morte, i limiti della vita che conosciamo. Coloro che sono al centro dell'esistenza devono essere protetti sia dalle sue vie di accesso che da quelle di uscita. Se essi vengono a stretto contatto con queste cause di contaminazione, devono essere “purificati” e riportati nel mondo della corretta esistenza.

In aggiunta a queste categorie Levitico 11:29-30 presenta un elenco di otto esseri striscianti (talpe, topi e lucertole, tra gli altri, forse una volta considerati pericolosamente mortali) che causano anch'essi l'impurità rituale.

Nella pratica ebraica corrente, il bagno rituale, è usato principalmente dalle donne, dopo il loro ciclo mestruale. L'uso del bagno da parte degli uomini (o in seguito ad una polluzione o dopo un contatto sconveniente con una donna mestruata, per esempio) è diventato raro.

Il lavarsi le mani, accompagnato dalla benedizione prevista, è considerato una forma più blanda di purificazione, efficace se solo le mani sono state contaminate. La tumàh che deriva dal contatto con un morto può essere eliminata soltanto attraverso la purificazione con le ceneri di una vacca rossa, un rito che non è stato più praticabile dalla distruzione del Secondo Tempio nel 70 e.v. Pertanto tutti gli ebrei sono considerati contaminati in questo modo, per quanto questo tipo di contaminazione non abbia alcuna conseguenza pratica ai giorni nostri.

Gli ebrei devoti di origine sacerdotale (kohanìm) conservano la tradizione di evitare il contatto con i morti, non partecipando ai funerali o non entrando nei cimiteri.

© Arthur Green, Queste sono le parole. Un dizionario della vita spirituale ebraica.

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Tefillìn 

 

I tefillìn sono dei piccoli contenitori di cuoio, di forma quadrata, che contengono delle pergamene in miniatura, su cui sono scritti alcuni versi biblici.

Essi sono legati con delle strisce di cuoio alla fronte e all'avambraccio. I tefillìn sono indossati, per tradizione, ogni mattino a eccezione del Sabato e delle feste più importanti, e sono portati per tutta la funzione liturgica del mattino. Adempiono il comandamento “li legherai come un segno sul tuo braccio e saranno come una benda tra i tuoi occhi” (De 6:8), malgrado i rabbini ammettano che non si trova nella Bibbia nessun'altra testimonianza relativa all'indossare i tefillìn. Il significato dei tefillìn è SIMBOLICO e fonte di ispirazione: mente e azione, testa e braccio, dovrebbero essere diretti dalla parola di Dio e impiegati per adempiere il Suo volere. Indossare i tefillìn trasforma, simbolicamente, il corpo umano in uno strumento della Presenza divina in azione in questo mondo fisico. La validità di questo simbolismo è dimostrata, naturalmente, soltanto dalla CONDOTTA MORALE vissuta ogni giorno dopo che i tefillìn sono stati tolti. I tefillìn nacquero come amuleti; il relativo termine greco “filatteri”, usato ora anche nelle lingue occidentali, ne è una prova. Gli ebrei della tarda antichità dettero inizio a un processo che trasformò uno strumento di protezione in una dichiarazione di testimonianza: la persona che indossa i tefillìn cerca di adempiere i precetti divini che sono in essi contenuti. I tefillìn contengono i quattro passi biblici che li riguardano: Esodo 13:1-10, 11-16 e Deuteronomio 6:4-9 e 11:13-21. Nella tefillàh (singolare di tefillìn) portata sulla fronte ciascun verso è contenuto in uno scomparto separato, mentre in quella del braccio essi sono tutti insieme in una singola pergamena. Come il pensiero si esprime nell'azione, dicono alcuni commentatori, i suoi fili separati si uniscono.

Il Talmùd sostiene che anche Dio indossa i tefillìn. Questi contengono il verso “Chi è come il Tuo popolo Israele, una nazione unica sulla terra” (1 Cr 17-21). Perciò i tefillìn servono come una reciproca testimonianza dell'amore di Dio e di Israele. Questo passo del Talmùd è tenuto in grande considerazione dalla tradizione mistica, che vede i tefillìn come delle radioriceventi, strumenti esterni che possono aiutare chi li indossa a ricevere la benedizione divina che, nel suo eterno scorrere, si riversa sul mondo.

Pur sapendo perfettamente che in realtà è un cuore aperto il destinatario di queste benedizioni, è posta una grande enfasi sui tefillìn in quanto recettori esterni di quella grazia interiore.

Sarebero delle radioriceventi, strumenti esterni che possono aiutare chi li indossa a ricevere la benedizione divina che, nel suo eterno scorrere, si riversa sul mondo. Pur sapendo perfettamente che in realtà è un cuore aperto, al destinatario di queste benedizioni, è posta una grande enfasi sui tefillìn in quanto recettori esterni di quella grazia interiore.


© Arthur Green

Dizionario della vita spirituale ebraica.


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Yerushalàyim 

 

Yerushalàyim, o Gerusalemme, è la città scelta da Dio perché fosse il suo luogo sacro. Altri luoghi particolari possono esser santi in conseguenza di antichi episodi, decisioni o associazioni, ma soltanto Gerusalemme è “la città di Dio, il Suo sacro monte; dalla vista bellissima, gioia di tutta la terra” (circa 800 mt. di altezza) (Sl 48:2-3).

Gerusalemme è il centro della visione universale dell'ebraismo, indicata dai profeti dell'antico Israele.
La trasformazione del mondo dovrà venire da là:

 

Sarà alla fine dei giorni

Che il monte della casa del Signore

Si ergerà sopra tutte le montagne,

Più elevato di tutte le colline.

Tutte le nazioni confluiranno là come fiumi

E molti popoli andranno e diranno:

"Venite, saliamo sul monte del Signore

Alla casa del Dio di Giacobbe.

Egli ci insegnerà le Sue vie”.

Perché da Sion verrà l'insegnamento

E da Gerusalemme la parola del Signore.

Egli giudicherà tra le nazioni

E prenderà decisioni tra molti popoli.

Essi dalle loro spade faranno vomeri

E dalle loro lance faranno falci.

Un popolo non solleverà la spada contro un altro popolo

Né impareranno più la guerra. (Is 2:2-4)

Gerusalemme si trova quindi proprio al centro della visione più universale dell'ebraismo, la visione della pace. Questo amore per un luogo di pace particolare, un amore che noi affermiamo essere condiviso da Dio con innumerevoli generazioni è una parte essenziale della nostra identità spirituale.

Pur sapendo perfettamente che Dio è ovunque, accessibile “a tutti coloro che a Lui si rivolgono in verità” (Sl 145:18), chiunque e dovunque essi siano, questa città mantiene un posto centrale e unico nel nostro immaginario religioso. La sua prosperità e, soprattutto, la sua pace sono una preoccupazione speciale, un tema consueto della preghiera ebraica, sia antica che contemporanea. L'invocazione “l'anno prossimo a Gerusalemme!” con la quale si conclude sia Yom Kippùr che il séder di Pésach, è la nostra speranza più cara, la nostra supplica di redenzione. Sin dai tempi dei profeti la redenzione d'Israele e la ricostruzione di Gerusalemme sono state totalmente identificate l'una con l'altra: “Prorompete insieme in canti di gioia, o rovine di Gerusalemme, perché Dio ha consolato il Suo popolo, ha redento Gerusalemme” Yerushalàyim (Is 52:9).

Gerusalemme è una realtà, una città con un sindaco, problemi di traffico, una popolazione araba ed ebrea, mercati affollati, tensioni fra laici e religiosi che raggiungono il livello dell'odio e un'eccessiva cementificazione che minaccia la sua incredibile bellezza naturale. È anche una città di infinita ricchezza spirituale, artistica e intellettuale. Che cosa ha a che vedere questa Gerusalemme reale con quella della visione profetica, della preghiera e della fantasia?

Come possono integrarsi la visione sublime e la realtà concreta?

L'ebraismo sostiene che esse sono una sola cosa. In questo siamo assolutamente parziali. Aiutare i poveri di Gerusalemme, costruire una sinagoga a Gerusalemme, portare la pace a Gerusalemme, tutto questo è molto più importante che esercitare le stesse attività in qualsiasi altro luogo.

Allo stesso modo, sentire che i diritti dei non ebrei sono violati a Gerusalemme o che si pratichi l'ingiustizia in questa città ci offende molto più che se tutto ciò accadesse altrove. La nostra stessa posizione di vincitori di una mal disposta minoranza araba nella Città Santa rende il sogno di Gerusalemme come la città della pace sempre più lontano dalla sua concreta realizzazione.

A fronte di questa realtà complessa e amaramente contestata, appare importante prendere posizione. 

Sia chiaramente detto che l'autentica visione ebraica di Gerusalemme non riguarda un dominio esclusivo. Gerusalemme appartiene a Dio e a nessun altro. Ciò che dobbiamo creare a Gerusalemme è un insegnamento di pace, tale da condurre tutti gli uomini ad amarsi reciprocamente, a esser più disponibili con le diversità.

Abbiamo davanti a noi una grande sfida e una magnifica opportunità. Possiamo mostrare al mondo, compresi coloro che si trovano coinvolti in conflitti etnici apparentemente insolvibili, che c'è un modo di vivere insieme, fianco a fianco, con chi è stato uno strenuo nemico, e che c'è un modo di mutare la formula delle nostre interazioni attraverso la generosità e la disponibilità.

Abbiamo il potere di rendere una realtà la visione di Isaia, di mostrare che dal nostro speciale amore per Gerusalemme può venire una lezione tale da trasformare tutta l'umanità.

Gerusalemme rimane il luogo per eccellenza dei nostri sogni più belli e di PACE!

© Arthur Green

Dizionario della vita spirituale ebraica.


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