Commenti a passi della Torą

Ki-tissà

 

Istruzioni riguardanti il servizio del tabernacolo


(Esodo 30:11 - 34:35)

 

I figli di Israele, che non vedono tornare Mosè dal monte Sinai, costruiscono un vitello d'oro. Il Signore, per punizione, vuole distruggere il popolo, e solo l'intervento di Mosè lo salva. Ma quando Mosè, sceso in mezzo al popolo, lo trova che danza sfrenatamente intorno all'idolo, preso dall'ira spezza le Tavole della Legge. Tornato sul monte Sinai, il Signore gli dà due nuove Tavole. Mosè stabilisce che la Tenda della Radunanza sia luogo di raduno e di insegnamento per il popolo.

La Parashà di Ki-tissà è ricca di argomenti di notevole importanza: il censimento del popolo; il grave peccato di cui si macchiarono i figli d'Israele con il culto prestato al vitello d'oro subito dopo aver ricevuto nel Decalogo il precetto “Non ti farai alcuna immagine”: la perorazione di Mosè presso l'Eterno perché perdoni il popolo. Ci soffermeremo in modo particolare sui primi versetti della nostra Parashà che ci dà le disposizioni da seguire per il censimento del popolo.

Ogni membro adulto del popolo d'Israele doveva offrire un mezzo siclo per contribuire alle spese occorrenti per i sacrifici che venivano offerti nel Tempio durante l'anno. Fu stabilito dai nostri Maestri che il sabato precedente il capomese di Adar, fosse riletto il seguente brano della Torà in cui l'Eterno dà appunto le disposizioni riguardanti il censimento: “Quando farai il censimento dei figli d'Israele ... questo dovranno dare tutti quelli compresi nell'enumerazione: un mezzo siclo... sarà il contributo da pagarsi al Signore... Il ricco non offrirà di più, né il povero di meno di mezzo siclo...” (30,12-15). 
È significativo il motivo per cui proprio il mese di Nissan era stato fissato come inizio dell'anno, anche per quanto riguardava il culto sacrificale nel Santuario: Nissan era stato il mese della liberazione dalla schiavitù egiziana e Nissan, secondo la nostra tradizione, sarà anche il mese della completa redenzione per Israele.

Ebbene, ci ammoniscono le parole divine, per giungere alla redenzione sono necessari sacrifici da parte di tutto il popolo, del singolo individuo come della collettività; ma non solo nel culto! In tutti i campi, anche in quello della vita privata, della vita di tutti i giorni, dobbiamo compiere ogni sforzo per eliminare qualsiasi discriminazione e dobbiamo tendere all'uguaglianza, proprio come uguali siamo tutti di fronte a Dio.

Se desideriamo veramente la nostra redenzione spirituale, se la ricerchiamo sinceramente, dobbiamo innanzi tutto essere consapevoli che, per esserne degni, dobbiamo essere pronti, in ogni momento della nostra vita, a sacrificare il nostro “ego”, le nostre troppo spesso egoistiche abitudini, per il benessere della collettività.

Per giungere alla redenzione si deve combattere e vincere la durezza di cuore, l'ostinatezza, che costituiscono ostacoli molto difficili da sormontare. È necessario prendere in considerazione e tener sempre presenti tutte le esigenze del prossimo, unirsi con il prossimo, ricercare un linguaggio comune; soltanto con sincero spirito di RECIPROCA comprensione potremo avere il merito di far risiedere in mezzo a noi la “Shechinà”, la “Maestà Divina”.

“Come il fuoco di questa moneta riscalda ed illumina, così anche la sua offerta deve essere riscaldata dal calore del suo cuore, deve illuminare il suo cammino!”. La moneta, quindi, è il metro con cui si sarebbe vagliata l'offerta di ogni singolo individuo per il contributo al servizio divino. Se la moneta era fredda, era segno che anche il cuore di colui che la offriva era freddo, duro come la pietra; la sua offerta era soltanto un atto esteriore, privo di sincerità. Se, al contrario, era calda come il fuoco, allora, indubbiamente, l'offerta era stata fatta con amore, con slancio, con sincerità; allora, veramente, la moneta era “un siclo sacro”, così come un “fuoco sacro” aveva spinto l'offerente a portare il proprio contributo.

Questo è uno dei princìpi che dobbiamo sempre tenere presenti: le nostre azioni debbono essere ispirate ai più alti ideali; ma non è tanto l'offerta che conta, quanto, e soprattutto, lo spirito con cui viene data!

E ancora: il fuoco riscalda ed illumina: ebbene, sempre e in ogni luogo si ha bisogno di luce e di calore, di molto calore umano. Le migliori qualità sia del singolo sia della collettività, la giustizia e la misericordia, si manifestano compiutamente soltanto quando ogni singolo è pregno di quel calore umano per il prossimo che rende possibile la vita di ogni società, che la rende degna di essere vissuta.

Il fuoco, infine, simboleggia anche la fratellanza. Per bocca del profeta Geremia, l'Eterno, infatti, afferma: “La Mia parola non è forse come il fuoco?” (Geremia 23,29), e, come spiega il Talmud: “Le parole della Torà sono state paragonate al fuoco per insegnarci che proprio come sono necessari molti pezzi di legno per accendere e mantenere il fuoco, così pure dobbiamo ricordare che, se si vuole portare luce e calore nella società in cui viviamo, bisogna sapersi avvicinare gli uni agli altri, bisogna essere strettamente uniti ai nostri fratelli”.

In ebraico, infatti, la parola “ach” può significare sia fratello sia focolare. Il fuoco simboleggia quindi l'armonia, la concordia, la serenità del focolare domestico, la collaborazione tra i vari membri della famiglia, in particolare tra i padri e i figli. Nella vita quotidiana è la forza dei giovani insieme con l'esperienza degli anziani che, unite nel perseguire una comune meta, riusciranno a superare tutte le difficoltà. E il focolare domestico è il simbolo della fratellanza che deve essere alla base della vita di qualsiasi società, che deve permeare la vita di ogni comunità, di ogni popolo, di tutta l'umanità. 
Non è il numero, la quantità che caratterizzano veramente un popolo, bensì la qualità. Per la vita e la sopravvivenza di un popolo sono necessari principalmente i valori morali e spirituali. È indispensabile l'uguaglianza assoluta di tutti i singoli individui senza discriminazioni dovute a censo, a casta sociale o a qualsiasi altra considerazione: è necessario l'animo illuminato dalla reciproca solidarietà, infiammato dall'amore per il prossimo. Perché, non dimentichiamolo, l'amore concreto, pratico, per il prossimo è stato comandato prima di tutto nel Levitico (19,18)!

 

© Elia Kopciowski, Invito alla lettura della Torà.

 

 

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Vayakhel-Pekudé

 

Esecuzione delle varie parti del tabernacolo

 

Esodo 35:30-34 

 

Leggiamo: “Mosè disse ai figli di Israele: `Vedete, il Signore ha chiamato per nome Betzalel, della tribù di Giuda. Lo ha riempito dello spirito divino, di abilità, di intelligenza, di sapere per ogni sorta di lavori... E gli ha comunicato il dono di insegnare; a lui e ad Aholiav, figlio di Achisamach della tribù di Dan...’” (35,30-34).

È chiaro quindi che l'Eterno ha chiamato di mezzo alla collettività, allo scopo di adempiere ad un particolare compito, un singolo individuo a tale compito preparato in modo specifico; “Poiché non c'era tra di loro un uomo saggio come lui”.

Soffermandosi sulle parole “lo ha riempito dello spirito divino, di abilità, di intelligenza, di sapere...”, afferma: “Ecco: Betzalel è chiamato a mettere in luce al massimo le sue possibilità, i tesori del suo cuore, la sua capacità di porsi a capo di coloro che daranno la loro opera per la costruzione del Tabernacolo, sì che la Maestà Divina si posi su Israele. `Ed ora, dice l'Eterno a Mosè, fa' uscire questa persona dal suo anonimato e sia chiamato a svolgere il suo compito in questa sacra attività’”. Betzalel è perciò il simbolo del valore che il singolo ha nella collettività; il grande dono che la dedizione dell'individuo può portare al bene comune. Eppure, si potrebbe obiettare: “L'individuo è debole, la Comunità è forte”. Ebbene: la Comunità è tanto forte quanto sono forti gli individui che la compongono e per quanto ogni individuo dà delle proprie capacità specifiche perché essa possa funzionare nel migliore dei modi.

Come una catena ha il suo punto debole nell'anello meno solido, così la Comunità perde la propria solidità se anche un solo componente è facilmente piegabile. D'altro canto, la Comunità, come rappresentante di tutti gli individui che la compongono, deve rispondere alle esigenze di tutti i suoi membri.

In breve: Comunità e singoli individui hanno obblighi reciproci; il modo in cui tali obblighi vengono adempiuti fa la forza o la debolezza della Comunità.

Il “dove” e il “quando” della chiamata di Betzalel per la costruzione del Tabernacolo hanno una particolare importanza.

Il “quando” è dopo l'uscita dall'Egitto, dalla “casa di schiavitù”, nel momento così determinante, ed esaltante, della nascita del popolo; il “dove” è il deserto: quel deserto in cui il popolo si sarebbe formato culturalmente, socialmente, nazionalmente, sede provvisoria del Tabernacolo, luogo in cui si sarebbero custodite le Tavole del Patto e in cui si sarebbe svolto il culto fino a quando il popolo avesse meritato di entrare nella propria terra e avesse costruito il Tempio.

Commentando il versetto della benedizione sacerdotale “L'Eterno ponga su di te lo shalom” (Nu. 6,24), sorge una domanda: “A quale momento della vita del popolo si riferisce questo versetto?”, risposta: “Al giorno in cui fu portata a termine la costruzione del Tabernacolo”. “Il giorno in cui fu terminato il Tabernacolo, la Maestà Divina scese ed aleggiò sopra di esso”; perché costruendo il Tabernacolo con tutto il loro amore, con tutta la loro dedizione e la capacità che essi possedevano, i figli di Israele avevano tenuto fede al “Patto” stretto con il Signore. E questi, facendo scendere in mezzo a loro la “Sua Shechinà”, la “Sua Maestà”, aveva a Sua volta rispettato la Sua promessa: “E sapranno che Io sono il Signore Dio vostro, che li ho tratti dalla terra d'Egitto per risiedere in mezzo a loro” (29,46).

Osserva un grande commentatore italiano: “Nel Tabernacolo vi era perfino più santità di quanta ve ne fosse nel Tempio costruito da Salomone!”.

Il Tabernacolo fu infatti costruito per espresso ordine divino e, fatto particolarmente significativo, tutta l'opera necessaria alla sua edificazione e alla preparazione delle sue suppellettili fu eseguita dai “giusti di quella generazione”, sotto la guida illuminata di Betzalel, coadiuvato da Aholiav della tribù di Dan: era qualcosa costruito con le mani e con il cuore.

Il Tempio di Salomone fu invece costruito dagli artigiani di Tiro: l'opera delle mani era forse più raffinata, ma mancava quella del cuore.

Facile la considerazione che se ne deduce: non è né la qualità né la quantità del materiale pregiato usato nella costruzione, non la grandezza o la bellezza esteriore, o la ricchezza che stabiliscono la Santità di una costruzione o di un luogo e determinano la presenza e la permanenza della Shechinà in mezzo al popolo. Il Signore si compiace di coloro che Lo rispettano e osservano le Sue leggi; sono le azioni che influiscono sulla Sua decisione di dimorare in mezzo al popolo.

L'insegnamento fondamentale che da tutto ciò dobbiamo trarre è che ogni membro di una Comunità deve mettere, senza riserve, le qualità che Dio gli ha concesso a disposizione della collettività per costruire, per proteggere, per aiutare, per consigliare, per difendere la collettività e il suo futuro.

Soltanto attenendoci a questo principio possiamo confidare nella prosperità e nel progresso del singolo e della collettività; soltanto attenendoci a questo principio possiamo confidare che la Shechinà si posi e dimori in mezzo a noi.


© Elia Kopciowski, Invito alla lettura della Torà.

 

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Modo per avvicinarsi a Dio attraverso il sacrificio


Levitico 1:1 - 5:26  


Gli animali da sacrificare devono essere perfetti: i farinacei devono essere intrisi d'olio, cosparsi di sale e non devono essere lievitati. Vari sono i tipi di sacrifici: l'olocausto deve essere totalmente bruciato; gli shelamim, offerte per occasioni liete, sono consumati dall'offerente e dai suoi invitati; i sacrifici di espiazione seguono regole diverse a seconda del peccato commesso e verso chi è stato commesso. In vari casi, se il penitente è particolarmente povero, è sufficiente l'offerta di un pugno di farina.

Appare strano che, dopo aver suggerito al popolo un comportamento morale e sociale così diverso da quello conosciuto e applicato in quell'epoca, la Torà, nel Levitico, dedichi tanta minuziosa attenzione al culto sacrificale nel Tempio, alla misura, alla qualità e al peso delle offerte, alla gestualità del Sacerdote che tali offerte deve compiere seguendo una prassi prevista fin nei minimi particolari!

Un culto, quello sacrificale, che, come vedremo, costituì una parte fondamentale della vita del popolo sin dall'epoca delle peregrinazioni nel deserto, e che s'interruppe solo dopo la distruzione del secondo Tempio, nel 70 dell'E.V.

Il sacrificio, come forma di culto, risale alle origini dell'umanità e si protrasse per lungo tempo presso tutti i popoli antichi. L'uomo primitivo considerava il sacrificio come un atto di omaggio e di sottomissione alla divinità a cui prestava culto, ma, soprattutto, esso costituiva per lui un atto propiziatorio teso ad ottenere dalla divinità favori e protezione speciali. E più grande fosse stata l'offerta, riteneva, tanto maggiori sarebbero stati i vantaggi che ne sarebbero derivati, maggiori i diritti che si sarebbe “acquistato” per essere protetto dalla sua divinità.

Il culto idolatra arrivava persino a prevedere il sacrificio crudele di esseri umani, in particolare di coloro a cui l'offerente era più affezionato. È noto che molti popoli idolatri, al momento in cui fondavano una nuova città, usavano sacrificare un primogenito, e al momento in cui elevavano le mura di cinta, immolavano l'ultimo nato (cfr. Giosuè 6,26).  

Nasce l'interrogativo: perché la Torà, che aveva come scopo di sradicare dal popolo tutte quelle manifestazioni primitive e immorali del culto religioso, per elevarlo spiritualmente; la Torà che insegnava che l'Eterno è un Dio di giustizia che avrebbe premiato o punito a seconda del comportamento e del merito, e non a seconda del valore del dono, non vietò dopo l'uscita dall'Egitto il culto sacrificale?

Una risposta a tale domanda ce la fornisce il grande Maimonide. “La Torà, egli afferma, non lo fece perché la natura umana è portata a seguire ciò che le è abituale. La sapienza divina non giudicò perciò opportuno imporre la soppressione totale di quel culto allora diffuso in ogni luogo e familiare a tutti i popoli”.

La Torà non vietò il culto sacrificale, ma lo trasformò attraverso regole minuziose per spiritualizzarlo gradualmente e liberarlo dai suoi legami con l'idolatria. Lo centralizzò limitandolo soltanto all'Eterno ed esclusivamente nel luogo da Lui scelto: il Tabernacolo in un primo tempo, e il Tempio di Gerusalemme dopo che fu eretto dal re Salomone. In tal modo il Tempio era presente in ogni occasione della vita dell'ebreo, e il popolo veniva educato all'ideale monoteistico.

Nelle religioni pagane il culto sacrificale era crudele, in particolare perché esigeva spesso vittime umane. Era vergognoso, in quanto riti licenziosi costituivano un elemento essenziale di molte sue manifestazioni. Era immorale in quanto mascherava, in molti casi, crimini contro i propri simili. Era irrazionale, in quanto permeato di atti di magia.

La Torà, invece, per “sacrificio” usa il termine “korban” dalla radice “karov”, essere vicino”; trasforma in tal modo il sacrificio, compiuto per “comprare” il favore dell'idolo, in “korban” in un'azione cioè che `avvicina l'uomo a Dio, e Dio all'uomo'. E l'Ebraismo combatté la sua lotta contro l'idolatria mettendo in risalto che il “korban” perdeva tutto il suo valore se non era accompagnato da un comportamento rigorosamente ligio alle regole della morale in ogni momento, in ogni luogo. In caso diverso il sacrificio diveniva un atto inutile, una vergognosa menzogna “offerta” all'Arca dell'Eterno.

Il profeta Isaia ammonisce il popolo riportando le parole divine: “Che cosa mi importa la moltitudine dei vostri sacrifici?... Io non posso soffrire l'iniquità unita all'assemblea solenne!” (Isaia 1,11-13). E le norme minuziose che regolamentavano il “culto sacrificale” avevano lo scopo di inculcare nell'animo dell'ebreo la convinzione che non tanto il sacrificio aveva valore, quanto l'osservanza della volontà di Dio che tali norme aveva comandato.

L'animale da usare per il “korban”, inoltre, doveva essere perfetto, senza difetti. Si intendeva così sottolineare che tutto ciò che noi offriamo al Signore, i nostri atti religiosi e caritatevoli, le nostre preghiere e i nostri pensieri devono essere senza difetti e senza macchia, “sacrifici” ispirati all'amore di Dio e alle Sue leggi, di conseguenza degni e puri. In sostanza la regolamentazione del culto sacrificale in ogni sua forma e in ogni suo aspetto evitò ogni abuso e ogni discriminazione.

Cadeva la convinzione che chi era più ricco, chi possedeva e quindi poteva offrire di più, meritasse un premio maggiore: il povero in determinati casi era autorizzato a offrire anche un sol pugno di farina e il suo dono era altrettanto gradito. Ciò avviò l'ebreo verso una concezione sociale assolutamente nuova, in cui il valore dell'uomo veniva messo in risalto sulla base di ciò che “era” e non di ciò che “possedeva”. Una convinzione che apriva una nuova strada all'ideale di giustizia e di santità. Tra i vari tipi di sacrifici comandati dalla Torà mi soffermerò brevemente soltanto sui “sacrifici di espiazione” e sui “sacrifici volontari”.

La dichiarazione “concreta” del pentimento, attraverso l'offerta, il “korban”, aveva un impatto straordinariamente efficace e duraturo sul penitente. L'ebraismo, che rifugge da ogni “concretizzazione” dell'immagine divina, dà al contrario una particolare importanza alla “concretizzazione” del sentimento attraverso l'atto compiuto.

Il sentimento, in questo caso quello del pentimento, attraverso la sua concretizzazione, cioè l'atto sacrificale, imponeva al penitente tutta una serie di considerazioni e di azioni: la valutazione dell'entità e del tipo del peccato, la scelta dell'animale, sano e perfettamente formato, l'onere finanziario che il sacrificio imponeva.

In tal modo l'atto rimaneva profondamente impresso nel ricordo del penitente che non avrebbe potuto sentire appagato il suo desiderio di espiare la colpa commessa, soltanto attraverso un pentimento superficiale e passeggero. Gli “shelamim” erano invece sacrifici offerti volontariamente in occasione di avvenimenti lieti. La gioia veniva così festosamente accompagnata e resa sacra dalla scelta accurata dell'animale da portare al Tempio, e imponeva all'ebreo una riflessione sui doni che il Signore elargisce ai suoi figli, impedendone un'accettazione distratta e superficiale.

Questo tipo di sacrificio, in quanto doveva essere consumato entro un tempo limitato e di cui potevano usufruire tutti gli invitati dell'offerente, aveva anche una vasta portata sociale: realizzava lo scopo di riunire tutta la famiglia rendendo i rapporti dei suoi membri più stretti attraverso la gioia condivisa. E l'atto di recarsi al Tempio per portarvi l'offerta rendeva Dio vicino e presente ad ogni avvenimento gioioso, l'identità nazionale più solida attraverso il viaggio a Gerusalemme, centro spirituale e nazionale dell'ebraismo.

Così l'uso di dare ad ogni avvenimento un aspetto sacro, e di invitare il maggior numero possibile di persone a partecipare festosamente alla propria gioia, è entrato in modo indissolubile nel modo di vivere.

“L'uomo moderno difficilmente può rendersi conto dell'importanza che il servizio divino nel Tempio, e il culto sacrificale, hanno avuto per il popolo di Israele!

Per anni questo tipo di culto costituì la principale manifestazione esteriore della religione, e il mezzo per raggiungere la suprema comunione spirituale. Il Tempio di Gerusalemme era l'asse intorno al quale ruotava tutta la vita nazionale, culturale, spirituale, religiosa. Il Tempio era il `forum', la `fortezza' nel senso più elevato.

“Il popolo amava il Tempio, la sua pompa, le sue cerimonie, la musica e il canto dei Leviti. Amava il Sommo Sacerdote quando, a Kippur, si ergeva nella sua imponenza per benedire i fedeli prostrati in adorazione nel profondo silenzio che avvolgeva le sue mura”. E Davide, il dolce cantore dei Salmi, nel parlare del Tempio e dei sacrifici, auspicò:

“Manda, o Eterno, la Tua luce, la Tua verità. “Mi guidino esse, mi conducano al Monte della Tua Santità, ai Tuoi Tabernacoli. “Allora andrò all'altare di Dio, a Dio che è la mia allegrezza, il mio giubilo” (Salmi 43,3-4).

La distruzione del secondo Tempio ha segnato la fine del culto sacrificale e il “korban” è stato sostituito dalla preghiera, secondo quanto aveva vaticinato il profeta Osea:

“L'offerta dei giovenchi sarà sostituita dalle parole delle tue labbra” (Osea 14,3).

E il culto sinagogale ha continuato a costituire, così come un tempo il culto sacrificale, non una vuota, frivola rappresentazione arricchita di oro e di orpelli offerta a una divinità avida ed esosa, bensì una “'avodah she-ballev”, un “culto del cuore”, un “korban” che avvicina all'Eterno!

Il nostro culto deve continuare ad essere, come all'epoca in cui si sacrificava sull'altare del Tempio, “un fuoco” che sale verso Dio: una “fiamma” che illumina la nostra anima, che riscalda il nostro cuore, che proietta la sua luce intorno a noi come un'aureola divina.

Accettato il “sacrificio” perché, nonostante il Tempio non esista più, mai abbiamo dimenticato di essere un “reame di Sacerdoti” con un compito specifico e ancora tanto lontano dall'essere portato a termine: quello di portare al mondo la parola di Dio perché ogni uomo sappia che il “korban”, il “sacrificio” offerto a Dio è soprattutto un atto di amore.